La meraviglia è in grado di connetterci con situazioni inaspettate o nuove ed è in grado di stupirci nelle relazioni che instauriamo e scopriamo

“Guarda le cose come se le vedessi per la prima volta, con gli occhi di un bambino, fresco di meraviglia.”

(J. Cornell)

Il vissuto della meraviglia

La meraviglia appartiene alla vita emotiva di ciascuno di noi, cambia nel tempo, con l’avanzare dello sviluppo cognitivo e al variare delle richieste o delle condizioni dell’ambiente circostante.

E’ particolarmente emozionante guardare un bambino meravigliarsi, sia per i modi “semplici” con cui mostra questo vissuto emotivo, sia, essendo in fase di sviluppo e quindi di esplorazione e scoperta del mondo, per la frequenza con cui la prova.

Le condizioni che possono determinare meraviglia sono molteplici, generate sia da quella sensazione di inaspettato, sia dal contatto con il “nuovo”.

Esiste un rapporto tra lo sviluppo emotivo e lo sviluppo cognitivo dell’individuo, sappiamo  infatti che le emozioni benché cambino nella loro “espressione” ci accompagnano nell’intero arco di vita e la loro complessità aumenta con il procedere dello sviluppo cognitivo.

L’espressione dei nostri vissuti emotivi, sia nell’infanzia che durante la vita adulta, risulta mediata anche da fattori che appartengono agli stimoli esterni provenienti dall’ambiente e dunque dall’ “esperienza emotiva” precedentemente consolidata e dalle risorse a disposizione che abbiamo acquisito e maturato nel tempo.

Un bambino dunque vivrà il suo mondo emotivo in stretta connessione con le competenze sino ad allora maturate. Pensiamo ad un neonato che esprime attraverso piccoli movimenti, come aggrapparsi o allantonarsi, gli stati di calma o attivazione, nella fase di allattamento o in generale rispetto alle figure di attaccamento. Questa dinamica emotiva di vicinanza – allontanamento viene poi resa ancora più possibile, nella fase in cui il bambino comincia a gattonare e sviluppa dunque un controllo più diretto dell’ambiente che lo circonda. In ultimo, sappiamo che le emozioni sono mediate dalle influenze sociali, basti pensare alle espressioni facciali dei neonati e alla risposta che ricevono dai loro caregiver, fin dai primissimi giorni di vita.

Le emozioni dunqe si modificano nel tempo perché il bambino crescendo è in grado di rispondere in maniera sempre più complessa agli eventi circostanti. Questa complessità si osserva sia nella capacità di saper riconoscere l’emozione provata, sia nella capacità di saperla in qualche modo prevedere e gestire.

La meraviglia “situazionale” e quella “relazionale”

Quando la meraviglia scaturisce dal contatto con il “nuovo” si trasforma per il bambino in un’occasione di apprendimento. Il bambino che spingendo una porta scopre che può aprirla ed accedere ad un nuovo spazio nuovo resta meravigliato e al contempo apprende l’esistenza e quindi la padronanza di nuovi spazi che lo circondano. Quando invece la meraviglia ci mette in contatto con l’ “inaspettato” è capace di generare uno stato emotivo a cui segue un ulteriore vissuto emotivo che può essere di gioia, di tristezza o paura, a seconda di ciò con cui poi entreremo in contatto.

La meraviglia risulta avere oltre ad una componente “situazionale”, che abbiamo detto può essere data da una situaziona nuova o inaspettata, anche una componente che possiamo invece definire “relazionale”.

La componente relazionale della meraviglia può nascere dal vedere l’altro provare un emozione, compiere un azione rivolta a noi o ad altri oppure dalla scoperta delle funzioni degli oggetti, nel caso di bambini, di giochi o ancora nell’incontro con gli animali o con la natura.

Non è affatto raro nei bambini molto piccoli cogliere la meraviglia quando ricevono un dono da un altro bambino o da un adulto o ancora quando scoprono che le loro campanelle se agitate producono un suono o che il cagnolino incontrato al parco è estremamente morbido se accarezzato.

Al di là delle dinamiche o dei fattori che possono provocare il senso della meraviglia in ciascuno di noi, la semplicità con cui provarla, ne rivela la sua profonda importanza. 

“…mentre gioca, e forse soltanto mentre gioca, il bambino o l’adulto è libero di essere creativo…”
{Winnicott}

Gioco “lavoro”, di esercizio e simbolico.

Quando un bambino sta giocando, per la Montessori, sta “lavorando”, il valore del gioco risiede dunque nella possibilità di offrire al bambino di restare nella realtà, senza necessariamente attivare un processo immaginativo rispetto agli oggetti con cui entra in contatto. L’ancoraggio alla realtà a cui la Montessori fa riferimento è possibile grazie ad un ambiente che circonda il bambino in cui lo stesso ritrova oggetti con cui compiere semplici attività di vita pratica.

Questa visione del gioco risulta essere in linea con la cornice della “mente assorbente”, che caratterizza la mente nel periodo infantile, teorizzata dalla stessa: gli elementi che il bambino trova nel suo ambiente gli permettono di sviluppare competenze di vita, utili allo sviluppo motorio e linguistico. L’ambiente “a misura di bambino” è facilmente accessibile e non necessita della guida o presenza costante dell’adulto.

Ad oggi possiamo affermare che il gioco è un’esperienza che permette al bambino uno sviluppo non solo di competenze pratiche ma anche di tipo immaginative, dunque simboliche dove il “fine” educativo non è solo quello di imparare ma diventa anche quello di sentire, immaginare e sperimentare.

Piaget individuò i giochi di esercizio, ovvero tutte quelle attività di gioco che il bambino ripete all’interno di uno schema prevalentemente semplice, generando dallo stesso una forma di apprendimento. Si tratta di giochi di movimento indispensabili per la crescita psicofisica del bambino.

Nel gioco di esercizio il bambino soddisfa sia il piacere “funzionale” (ad esempio quando scopre che è capace di sollevarsi da solo) sia quello “causale” (ad esempio quando fa suonare un giocattolo).

Questi giochi nella loro estrema semplicità costituiranno la base su cui, nella seconda infanzia, il bambino sperimenterà il gioco simbolico. Nel gioco simbolico il bambino mette in atto schemi maggiormente complessi, sia motori che vocali. Questi non saranno necessariamente legati ad un oggetto “del quotidiano” ma anche ad oggetti nuovi o a situazioni immaginate (“facciamo finta che…”).

Il gioco di esercizio così come quello simbolico hanno dunque una duplice funzione: cognitiva ed emotiva. In particolar modo la funzione emotiva del gioco simbolico può permettere una “compensanzione” ovvero far realizzare, attraverso l’immaginazione di una data situazione, il desiderio del bambino o ancora può permettergli di sperimentare la conoscenza e l’utilizzo di alcune social skills.

All’interno del gioco simbolico il bambino può inoltre risperimentare situazioni o eventi di vita reale che sono state percepite come spiacevoli o al contrario come divertenti, riuscendo a sdrammatizzare o a rievocare il contenuto emotivo di quell’esperienza non solo in una situazione “protetta”, in quanto di gioco, ma anche con un ruolo diverso da quello avuto nella realtà (ad es. pensiamo al bimbo che gioca ad essere il dottore e cura il suo peluche).

Il gioco non è quindi considerato tale solo in presenza di precisi oggetti o “strutture” (regole specifiche , presenza di un adulto, finalità educativa, apprendimento etc.etc.), vi sono infatti attività che possono comprendere anche l’uso del disegno o della musica. L’utilizzo di queste attività diventa un catalizzatore dello spirito creativo del bambino, avendo funzioni non solo educative ma anche espressive

In particolare l’uso del disegno nei primissimi anni di vita è legato all’espressione del movimento e al piacere di lasciare tracce di sé. Successivamente, con lo sviluppo psicomotorio, il bambino acquisisce una specifica intenzionalità rappresentativa e passa dunque dal realizzare disegni semplici (ad esempio “scarabocchi”) a forme più chiare e complesse, espressione della propria creatività ma anche della lettura e della riproduzione di oggetti e persone della propria quotidianeità.

Un’altra attività di gioco può essere quella che prevede l’utilizzo della musica. L’età prescolare evidenzia sin da subito quanto i bambini siano interessati alla musica attraverso il canto o il muoversi “a ritmo”, non è un caso che questi anni siano ritenuti di massima ricettività verso la stessa.

L’esperienza del gioco dunque, permette, a seconda del grado di strutturazione di vivere un’esperienza non “rigida”, dunque non focalizzata esclusivamente su obiettivi prestabiliti, ma capace di conservare un ampio spazio di possibilità per sperimentare e sollecitare aspetti cognitivi, emotivi, di apprendimento e di creatività.

La creatività nel gioco

Possiamo definire la creatività, nello specifico del gioco, come la capacità di utilizzare in maniera originale oggetti di vario genere. Nel fare ciò il bambino sperimenta un certo grado di:

La creatività secondo Gardner, teorico delle intelligenze multiple, non è una caratteristica che appartiene al singolo ma è la risultante di variabili, quali: le potenzialità e le abilità dell’individuo, il bagaglio culturale ed esperenziale e l’ambiente, inteso come “contenitore” capace di fornire stimoli fin dalla primissima infanzia (ad es. l’educatore, il compagno di giochi, l’adulto etc.etc.).

La creatività in generale, e dunque anche quella presente nel gioco, è intimamente connessa non solo allo sviluppo psicofisco del bambino ma anche al suo benessere psicologico, questo perché   permette loro di essere protagonisti attivi delle attività che andranno a creare o ad immaginare, sia nel pensiero che nell’azione.

Giocare dunque resta un momento prezioso per lo sviluppo del bambino dove creatività, fantasia e inventiva si intrecciano con il suo graduale sviluppo psicofisico.

Bibliografia

Il Puzzle: un gioco classico e intramontabile. E’ uno dei rompicapo preferiti dai bambini. Vediamo insieme alcune caratteristiche di questo gioco e i suoi benefici

C’è sicuramente una cosa che accomuna i bambini: a tutti loro piace giocare, è senz’altro la loro attività preferita. Se pensiamo ai vari giochi da tavolo che possono piacere ai bambini, tra i primi che ci verranno in mente ci sarà sicuramente il puzzle. E’ un gioco antico, tradizionale, adatto a qualsiasi età, che riesce a catturare l’attenzione dei bambini pur non avendo niente di tecnologico. E’ sempre bene ricordare l’importanza del gioco proprio per questo motivo: ai bambini piace, e giocando imparano nuove abilità e acquisiscono nuove conoscenze. Il puzzle, uno dei loro giochi preferiti, è nato nel 1760 frutto dell’inventiva di Jhon Spilsbury; tale gioco come tutti sappiamo consiste nell’incastrare tra loro delle tessere facendole combaciare per poi riprodurre una precisa immagine. Oggi esistono svariati tipi di puzzle, a partire da quelli classici, per arrivare a quelli in 3D. I benefici dei puzzle sono tantissimi.

L’importanza del gioco nella crescita del bambino

I bambini occupano gran parte del loro tempo giocando. Giocare è il modo migliore per imparare e crescere; attraverso il gioco i bambini esprimono se stessi, esprimono la loro creatività, sviluppano la fantasia e l’immaginazione. Sono momenti molto importanti della crescita che non vanno mai ostacolati. Potrebbe accadere che talvolta vedendo i bambini giocare si tenda a pensare che stiano “perdendo tempo”, e magari si propongono altre attività ai bambini, o si tenda a guidarli nel gioco. E’ importante invece ricordarsi sempre che qualsiasi attività ludica intraprendano i bambini è un momento di crescita per loro e stanno sempre imparando qualcosa. La sperimentazione libera nel gioco permette loro di crescere e aumentare la loro sicurezza e l’autostima, quindi è anche giusto che siano loro a scegliere i giochi con cui giocare tra quelli che possiedono in quel momento. In sintesi, il gioco non è solo un passatempo fine a se stesso, perché contribuisce al benessere psico – fisico del bambino, oltre che alla crescita cognitiva, relazionale, affettiva e sociale. Uno dei giochi intramontabili che piacciono tanto ai bambini è il puzzle. Questo gioco dona tantissimi benefici sotto tanti punti di vista. Vediamone insieme alcuni.

I benefici del giocare con i puzzle

I bambini possono iniziare ad appassionarsi ai puzzle già da piccoli. Ormai infatti esistono tanti tipi diversi di puzzle adatti a tutte le età, compresi quelli con i più piccoli formati da pochi e grandi pezzi, quelli a cubotti, per arrivare pian piano ai classici, fino a quelli in 3D. Cimentarsi nei puzzle già dall’infanzia porta numerosi benefici nei bambini, in primis sviluppano e migliorano la coordinazione oculo – manuale, ossia la coordinazione che collega la vista (vedo un pezzo di puzzle) alla mano ( prendo quel pezzo di puzzle e lo incastro nel punto giusto). Allena anche la concentrazione e la capacità di problem solving, poiché i bambini devono completare il rompicapo. Sviluppando l’abilità del problem solving, si allenano anche le capacità logiche: per risolvere un puzzle occorre ragionare, pianificare, provare varie strategie e utilizzare quindi anche la logica.

Un altro beneficio molto importante è l’allenamento della concentrazione, perché per poter completare il puzzle bisogna stare concentrati per osservare e provare i vari tasselli dell’incastro.

Una funzione molto importante del giocare con i puzzle è sicuramente quella di imparare ad avere pazienza e aumentare sempre di più i livelli di tolleranza alla frustrazione; chiunque trova difficoltà nel completare l’immagine di un puzzle, e spesso è facile perdere la pazienza. Provare e riprovare e spesso non riuscire aiuterà i bambini a familiarizzare con la frustrazione senza però arrendersi. Questo sarà loro d’aiuto per la vita futura, quando sperimenteranno la frustrazione in altre situazioni. Riuscendo a tollerare la frustrazione e riuscire a risolvere il puzzle aiuta a migliorare anche l’autostima. E’ un’attività adatta non solo a tutte le età ma anche al gioco sia in solitaria che in piccoli gruppi, sviluppando cosi le capacità di socializzazione e cooperazione. Un altro beneficio molto interessante derivante da questo gioco è stato dimostrato pochi anni fa da uno studio svolto dall’Università di Chicago. Tale studio ha sottolineato come i bambini di età compresa tra i 2 e i 4 anni possano sviluppare attraverso i puzzle delle abilità legate alla matematica e ad altre discipline scientifiche, come la scienza, la tecnologia e l’ingegneria.

Inoltre si può decidere di fare il puzzle insieme ai proprio bambini: questo sarà molto utile per rafforzare e migliorare il legame con loro.

Si può quindi affermare che i numeri di scatole di puzzle in casa non saranno mai troppi visti i benefici che scaturiscono da questo classico e intramontabile rompicapo.

In che modo parlare del rispetto dell’ambiente ai bambini? Ci sono tanti modi e tante attività a tema da proporre

Il rispetto dell’ambiente è un argomento del quale ormai si parla tanto, poiché di fondamentale importanza per la terra. Purtroppo ultimamente l’ambiente è sempre più inquinato per una serie di fattori, quasi tutti legati all’uomo. E’ molto importante quindi parlare di educazione al rispetto dell’ambiente, e se vogliamo nel futuro una terra più pulita e sana, è indubbio partire dai bambini: saranno loro infatti gli adulti del domani, e se sapranno rispettare l’ambiente già da piccoli continueranno così anche in età adulta. In riferimento a questo tema importante, ogni anno il 22 aprile ricorre l’earth day, ovvero la giornata mondiale della terra: la più grande manifestazione ambientale del pianeta, l’unico momento in cui tutti i cittadini del mondo si uniscono per celebrare la Terra e promuoverne la salvaguardia.

In che modo parlare del rispetto dell’ambiente ai bambini? Ci sono tanti modi e tante attività a tema da proporre ai bambini.

L’IMPORTANZA DEL RISPETTO PER L’AMBIENTE

“C’è un libro sempre aperto per tutti gli occhi: la natura” diceva Jean-Jacques Rousseau.

L’inquinamento dell’ambiente intero costituisce una minaccia per la salute della terra intera, e degli esseri umani. Milioni di persone al giorno d’oggi vivono in un ambiente molto inquinato. Per proteggere la salute delle comunità, è essenziale ridurre questo inquinamento. Mantenere l’intero ambiente pulito dovrebbe essere l’obiettivo di ogni comunità: se le persone non si prendono cura dell’ambiente, questo diventerà inquinato dalle tossine. Oltre al danno ambientale, l’inquinamento può causare malattie a causa della continua inalazione di una grande quantità di sostanze nocive per il nostro organismo.

Il 22 aprile di ogni anno ricorre l’earth day, ovvero la giornata mondiale della terra. E’ stata istituita il 22 aprile 1970 per sottolineare la necessità della conservazione delle risorse naturali della terra, e col tempo è divenuta un avvenimento educativo ed informativo. I gruppi ecologisti la utilizzano come occasione per valutare le problematiche del pianeta: l’inquinamento di aria, acqua e suolo, la distruzione degli ecosistemi, le migliaia di piante e specie animali che scompaiono, e l’esaurimento delle risorse non rinnovabili. Si insiste in soluzioni che permettano di eliminare gli effetti negativi delle attività dell’uomo; queste soluzioni includono il riciclo dei materiali, la conservazione delle risorse naturali come il petrolio e i gas fossili, il divieto di utilizzare prodotti chimici dannosi, la cessazione della distruzione di habitat fondamentali come i boschi umidi e la protezione delle specie minacciate

COME PARLARE DEL RISPETTO PER L’AMBIENTE AI BAMBINI

E’ molto importante parlare del rispetto per l’ambiente ai bambini; ricordiamoci che i bambini saranno gli adulti del futuro, e se già da piccoli impareranno a rispettare e a prendersi cura del mondo, lo faranno con tutta probabilità nel futuro, insegnandolo a loro volta alle generazioni che verranno a seguire. Uno dei primi passi da compiere per parlare del rispetto dell’ambiente ai bambini, è metterli in connessione con la natura cercando di far nascere nei bambini l’amore per essa. Questo si può fare solo stando a contatto con la natura, quindi fare delle passeggiate in boschi, parchi naturali, foreste, spiagge. Quando si fanno queste passeggiate si può portare una busta e un paio di guanti e raccogliere la plastica che si trova in terra, spiegando ai bambini che è molto pericoloso per la natura , per gli animali e per tutti gli esseri umani buttare la spazzatura nell’ambiente. E’ importante in questo senso insegnare ai bambini la raccolta differenziata anche in casa. Quando si parla di rispetto per l’ambiente, si parla anche delle famose 3 ERRE: riduci, ricicla, riutilizza. Si possono far fare ai bambini delle attività inerenti: ridurre l’uso della plastica e bere da una borraccia, chiudere il rubinetto quando ci si lava i denti, riciclare le cose e quindi impegnarsi nella differenziata, fare lavori sensoriali e di riciclo creativo, riutilizzare le cose, ad esempio incartando i regali con i fogli di giornale. Ci sono vari cartoni che parlano di questo tema, ad esempio “Wall-E”, di Disney-Pixar. Un altro modo per coinvolgere i bambini nel rispetto dell’ambiente è quello di utilizzare anche giochi

eco – sostenibili e riciclabili. Un altro aspetto importante è quello di muoversi il più possibile a piedi o in bici, riducendo l’uso della macchina. In tutti questi aspetti ciò che è fondamentale è l’esempio dell’adulto: i bambini tendono ad emulare ciò che fanno gli adulti e le loro figure di riferimento, quindi se vedranno gli adulti prendersi cura dell’ambiente, fare la raccolta differenziata, non buttare rifiuti per strada, fare passeggiate ecologiche raccogliendo plastica, saranno ancora più invogliati a farlo.

Ognuno di noi può fare tanto per preservare la nostra madre terra, e se questo parte dai bambini, in futuro si potranno scongiurare ulteriori problematiche ambientali.

Sitografia: www.amianet.it www.earthdayitalia.org

Vediamo insieme le attività ed i consigli per applicare il metodo Montessori ai bambini in tenera età.

Al giorno d’oggi ormai Maria Montessori è un nome conosciuto da tutti. Col tempo il suo metodo sta iniziando a diffondersi in tutto il mondo, e almeno qualche aspetto del suo metodo viene utilizzato sia da genitori, educatori, maestri. Il metodo Montessori pone le sue basi sul principio di promuovere l’indipendenza del bambino, partendo dal presupposto che “il bambino deve imparare a fare da solo”. Il metodo Montessori, attraverso il quale si possono fare una miriade di attività, si può applicare già dall’ “età baby”, ovvero quella fascia di età compresa da 0 ai 2/3 anni.

In questo articolo vi fornirò vari consigli su come mettere in atto il metodo Montessori in quell’età attraverso tanti modi e attività, e molti di voi si renderanno conto che magari compiono già alcune di queste azioni e attività senza magari sapere che rientrano proprio all’interno di questo metodo ormai conosciuto in tutto il mondo.

Tutti noi nella vita abbiamo sperimentato almeno una cosa: osservando bambini in quella fascia di età notiamo che sono attratti da tutto ciò che suona, che fa luci, e che loro possono toccare. Pensiamo ad esempio a quanto siano attratti da un mazzo di chiavi o da un telecomando.

Questo accade perché sopratutto in quel periodo i bambini scoprono il mondo, e lo fanno prediligendo i sensi, infatti uno dei consigli utili per quell’età è fare tante attività sensoriali. Si possono creare sacchetti sensoriali inserendo al loro interno ciò che si preferisce, riempendoli di gel, brillantini, in modo che oltre al tatto siano facilmente visibili e attirino la loro attenzione, facendo anche suoni che li incuriosiscano. Lo stesso discorso vale per le bottigliette sensoriali note anche come “bottigliette della calma”: riempendo una bottiglietta con dell’acqua, colorante alimentare, colla glitter, brillantini, si può creare l’effetto rilassante dei brillantini che si muovono e scendono piano sul fondo.

I bambini amano sperimentare, provare a iniziare a colorare, a scarabocchiare, toccare qualsiasi cosa; è importante lasciarli fare, lasciarli provare, senza interrompere i loro momenti di concentrazione quando ad esempio colorano, giocano, osservano e toccano qualche gioco o qualche oggetto (con la supervisione di un adulto, che però non si inserisca se non strettamente necessario). I bambini cambieranno da soli l’attività quando non avranno più voglia o saranno incuriositi da qualche altro oggetto o gioco.

E’ facile notare come i bambini siano anche attratti da luci varie, cellulari, tablet e pc. Si sa che oramai educatori, pedagogisti, psicologi e pediatri sconsiglino di far usare questi strumenti ai bambini. A questo si può ovviare con tanti vari giochi per bambini che riproducono cellulari, tablet, chiavi automatiche con pulsanti: fanno tante luci, musichette per bambini, versi di animali e canzoncine.

Ci sono altre attività sensoriali che si possono proporre: i travasi di farina, sabbia, o altri oggetti. I bambini in età baby amano svuotare ciotole e scatole per riempire con lo stesso materiale un’altra ciotola o scatola.

Bisogna sempre dare ai bambini la possibilità di provare nuove cose, facendo sperimentare ai bambini le loro capacità in qualcosa, in questo modo avranno sempre più fiducia in sé stessi. Pensiamo a tutte le volte che provano ad arrampicarsi sul divano, su una sedia, o a fare le scale gattonando: spesso l’ansia e la paura dell’adulto che il bambino possa farsi male fa si che il bambino venga direttamente allontanato da quell’attività. In questi casi il consiglio è di stargli accanto o dietro in modo da poterlo prendere qualora dovesse perdere l’equilibrio, ma lasciarlo fare, infondendogli fiducia; un consiglio importante è quello di provare a non dire al bambino le tipiche frasi “attento, ti fai male!”, perché questo potrebbe creare in lui delle paure e far si che non sia più tranquillo nell’attività che sta sperimentando. Se l’adulto è accanto al bambino è difficile che questo possa farsi male.

Porre attenzione alla quantità dei giochi che il bambino ha di volta in volta a sua disposizione. Scegliete dei giochi di qualità: che siano educativi, che insegnino qualcosa, che facciano divertire il bambino. Non troppo pochi, ma neanche un quantità esagerata.

Al tempo stesso, è utile ricordare che il bambino impara molto di più se vive in un ambiente stimolante e ricco di altri oggetti che possano attirare attirare la sua attenzione. Tutti ovviamente selezionati: un po’ di giochi, libri, pastelli, fogli, materiali sensoriali come sacchetti, bottigliette, attività per travasi. Montessori in questo senso parla dell’importanza della scelta libera del bambino sull’attività da fare scegliendo tra i svariati oggetti e materiali che ha a disposizione, ma libera scelta non coincide in nessun modo con libertà di fare quello che vuole e assenza di regole.

In conclusione, Montessori diceva “la mente dei tre anni dura cent’anni”, proprio a voler dire che in quella fascia d’età il bambino apprende tanto e in continuazione.

Tanti elastici, tanta scienza!

Sono tanti, sono lunghi, sono corti, sono colorati. Li prendiamo, li usiamo, ci giochiamo, a volte li rompiamo, ma raramente ci fermiamo a pensare a quanta scienza, quanta ricerca, quanta tecnologia sta dietro ad un oggetto così apparentemente banale come un elastico. E invece gli elastici hanno cambiato il mondo.

L’elastico, così come lo conosciamo, è in generale un sottile anello di gomma che usiamo per legare insieme oggetti dalle forme più disparate. La sua caratteristica principale è quella di potersi allungare in maniera, appunto, elastica, ossia deformandosi sotto l’azione di una forza esterna e di ritornare, una volta che la questa sollecitazione è terminata, alla forma originale. Nel caso dell’elastico, questa “forza di ritorno” esercitata dal materiale è ciò che serve per stringere e tenere insieme gli oggetti sui quali è utilizzato.

Se ci avete fatto caso, avrete sicuramente notato che non tutti gli elastici sono uguali. Non solo esistono banalmente elastici di lunghezza diversa, ma anche di larghezza diversa, di materiale diverso, e anche di sezione diversa: se li tagliamo con una forbice, possiamo notare che alcuni elastici hanno una sezione tondeggiante, altri quadrata, altri ancora una sezione rettangolare, piatta. Queste differenze di forma e di materiale rendono elastici diversi adatti per compiti diversi.

Ma è il materiale di cui sono fatti che rende gli elastici così speciali. La materia prima utilizzata per realizzare gli elastici è la gomma. La gomma (o sarebbe meglio dire “le gomme”, dal momento che ne esistono un’infinità di tipi) è chimicamente costituita da polimeri (ossia molecole formate da un grande numero di atomi organizzati in “blocchi” simili tra loro ripetuti in una lunga catena, come i vagoni di un treno). A differenze dei polimeri che compongono altri tipi di plastica, quelli della gomma hanno un certo grado di reticolazione, cioè non hanno una struttura a catena lineare, ma risultano più o meno intrecciate tra loro come in una rete; questo li vincola a muoversi attorno a dei “punti fissi” nella rete, obbligandoli a riprendere la configurazione originale. In particolare, questo avviene grazie alla vulcanizzazione, un procedimento industriale che consiste nel trattare la gomma con lo zolfo attraverso il riscaldamento, creando così più “nodi” nella rete e migliorando il comportamento elastico del materiale. La vulcanizzazione è stata inventata dall’americano Charles Goodyear intorno al 1830. Ma mancano ancora alcuni anni alla creazione dell’elastico come lo conosciamo.

Se li osserviamo bene, infatti, noteremmo un fatto semplice eppure straordinario: l’elastico non ha un inizio né una fine. Non ci sono punti contatto, interruzioni, giunzioni. L’elastico sembra creato già chiuso. Questo dipendere dal metodo di fabbricazione, brevettato il 17 marzo 1845 dall’inglese Stephen Perry, che permette di “ritagliare” i singoli elastici da un lungo tubo di gomma, estruso da una macchina modellatrice. Da allora la tecnologia è migliorata, ma il principio rimane sostanzialmente lo stesso.

Tanti elastici, tanti usi!

Ma adesso che abbiamo i nostri elastici, che cosa ce ne facciamo? Gli usi sono praticamente infiniti. Possiamo usarli in casa, per tenere insieme vari oggetti; in ufficio o a scuola, come materiale di cartoleria; ma hanno anche applicazioni industriali, dall’utilizzo per lo stoccaggio e il trasporto di materiali di magazzino, all’utilizzo nelle macchine industriali come cinghie elastiche per il funzionamento di un’immensa varietà di meccanismi. Ma esistono anche applicazioni più specifiche, come gli elastici ortodontici utilizzati negli apparecchi per la correzione dentaria,  oppure fasce elastiche ad uso medico e chirurgico, o ancora per allenamento e rinforzo muscolare.

Oppure, al contrario, ci sono usi molto più divertenti! Gli elastici infatti possono essere usati in tantissimi giochi: un esempio è la classica fionda per scagliare lontano piccoli pesi (ma usatela con cautela! può rompere qualcosa o fare male a qualcuno!), oppure pistole giocattolo che con un meccanismo a rilascio (costituito ad esempio da una molletta) possono lanciare gli elastici con grande precisione. Un elastico resistente può essere usata come forza motrice per muovere macchinine, barchette, o addirittura piccoli velivoli, come aeroplanini ed elicotteri: l’elastico viene ritorto numerose volte, usando ad esempio una piccola leva, ma una volta lasciato andare, grazie alla sua elasticità fornisce l’energia per la rotazione dell’asse a cui sono attaccate le ruote delle automobiline, le eliche delle barchette, o i rotori degli aeroplanini. Un altro gioco, più atletico e molto divertente, è “il gioco dell’elastico” in cui un grande elastico resistente viene teso tra le caviglie di due bambini agli estremi, mentre un terzo si muove in mezzo, saltando dentro e fuori dall’elastico, in una sequenza di movimenti precisa.

Infine, una “palla di elastici” è una sfera di gomma costituita da tantissimi elastici, avvolti gli uni sugli altri con un diametro crescente. Queste sfere possono raggiungere dimensioni considerevoli: l’attuale record del mondo è detenuto dalla palla di elastici creata da Joel Waul di Lauderhill, in Florida. La palla ha un diametro equatoriale di 2 metri e 30 centimetri, pesa più di 4 tonnellate, ed è composta da più di 700 mila elastici. Wow!

Tutti ormai al giorno d’oggi abbiamo sentito parlare dell’ormai celebre “metodo Montessori”, conosciuto in tutto il mondo. Maria Montessori fu un’educatrice, pedagogista, filosofa, medico, neuropsichiatra infantile e la prima donna in Italia a laurearsi in medicina. Nel 1900 fu una vera e propria rivoluzionaria perché stravolse totalmente il metodo educativo di quell’epoca. Alla sua epoca infatti vigeva un metodo molto rigido e severo, che venne da lei trasformato in un metodo di apprendimento basato sul gioco e sull’autonomia. Il metodo Montessori si fonda sul principio di promuovere l’indipendenza del bambino, partendo dal presupposto che “il bambino deve imparare a fare da solo”. Siamo sempre abituati a sentir parlare di questo metodo in riferimento all’apprendimento scolastico, ma il metodo Montessori va al di la della scuola e può essere utilizzato anche in casa, ed è proprio questo che vedremo in quest’articolo. Ci sono sempre più mamme e genitori che ad oggi si avvicinano al metodo Montessori e lo utilizzano dentro casa per crescere i propri bambini. Ho parlato con molti genitori ed è emerso che chi utilizza il metodo Montessori a casa lo fa sopratutto basandosi sul decalogo del genitore montessoriano. Questo decalogo permette di utilizzare il metodo Montessori a casa ed è basato su dei principi da tenere bene a mente che adesso vi illustrerò grazie ai racconti delle mamme che lo utilizzano.

– Trattate il vostro bambino con rispetto. Abbiate sempre un atteggiamento di rispetto verso il bambino, cercando di essere sempre cortesi, mantenendo la calma e abbassandovi al suo livello quando gli parlate in modo che possiate guardarvi negli occhi. In questo modo il bambino imparerà a porsi con rispetto verso le altre persone.

– Usate la disciplina positiva. La Montessori ci insegna che ogni bambino deve essere aiutato e spronato a trovare la sua strada. Come si può aiutare in questo? Lodando e sottolineando le sue azioni e atteggiamenti positivi e correggendo quelli negativi. La cosa importante è spostare sempre l’attenzione verso i suoi atteggiamenti positivi. Questo vuol dire anche evitare le punizioni e le affermazioni negative come ad esempio “sei stato proprio cattivo”, ma semplicemente spiegare che determinate azioni sono sbagliate. Questo aiuterà il bambino ad avere una sana autostima.

– Dategli l’opportunità di provare nuove cose. Questo è uno dei punti cardine del metodo Montessori. Spesso ci si limita nelle attività da far fare ai propri figli per timore che siano troppo piccoli per certi giochi e che non possano riuscirci. In realtà è meglio lasciar liberi i bambini di provare, ovviamente facendo attenzione. I bambini devono sperimentare da soli le loro capacità e in questo modo avranno fiducia in sé stessi vedendo che voi genitori sarete i primi ad avere fiducia nelle loro capacità. Potreste rimanere stupiti per alcune cose che riuscirà a fare, e dovrete consolarlo quando non riuscirà a fare qualcosa. In questo modo il bambino riuscirà ad autoregolarsi distinguendo da solo ciò che può essere in grado di fare e cosa ancora no. Iniziate dando piccoli compiti da svolgere in casa come apparecchiare la tavola.

– Non interrompete i suoi momenti di concentrazione. Quando è impegnato a disegnare, a giocare, o a fare qualcos’altro non interrompetelo e cercate di fategli finire ciò che sta facendo. Questo lo aiuterà a sviluppare ottime capacità di concentrazione e attenzione.

– Proponetegli delle scelte. E’ molto importante lasciar scegliere il bambino nelle scelte che lo riguardano ad esempio su che frutta mangiare, quale maglione mettersi, ecc. In questo modo si abituerà pian piano a prendere delle scelte.

– Limitate la quantità dei giochi a sua disposizione. Scegliete dei giochi di qualità: che siano educativi, che insegnino qualcosa, che facciano divertire il bambino. E’ molto importante saper scegliere i giochi che darete ai vostri bambini. Insegnategli poi a decidere da soli quali giochi usare e a rimetterli a posto prima di prenderne altri.

– Ditegli sempre la verità. Non bisogna mai mentire ai bambini, il processo di costruzione di fiducia si costruisce pian piano e dire la verità sta alla sua base. Naturalmente ogni cosa dovrà essere spiegata “a misura di bambino”. Se ad esempio dovete andare a lavoro avvisate i bambini, non “scappate”. Il bambino imparerà cosi a gestire l’ansia da abbandono e a capire l’importanza della fiducia.

Bibliografia:

– il decalogo è tratto da “Come liberare il potenziale del vostro bambino. Manuale pratico di attività ispirate al metodo Montessori da 0 a 3 anni”, di Daniela Valente.

– www.montessori4you.it

“La luce è una cosa che non può essere riprodotta, ma deve essere rappresentata da qualcos’altro: dal colore. Sono stato molto compiaciuto di me stesso quando mi sono reso conto di questo.” Paul Cezanne (1839 – 1906)

Che cosa sono i colori? Questa domanda, solo apparentemente semplice, ha in realtà una risposta sorprendentemente complessa. Escludendo casi specifici, tutti sappiamo istintivamente cosa sono i colori: sono quella cosa che ci fa dire che la foglia è verde e la mela è rossa. Tuttavia, cercare di darne una definizione completa non è per nulla semplice. Ad uno sguardo superficiale, infatti, è facile interpretare il colore come qualcosa che appartiene intrinsecamente all’oggetto: la foglia /è/ verde, la mela /è/ rossa. Ma se guardiamo quello che succede in maniera più approfondita, scopriamo infatti che quello che noi chiamiamo genericamente “colore” è in realtà il risultato di un’interazione complessa tra fenomeni che appartengono ad ambiti profondamente diversi, dalla fisica alla neurobiologia alle scienze culturali, e che non è possibile separare la definizione di cosa sia il colore dalla comprensione di cosa sia la luce.

La ricerca della luce

La comprensione della “vera natura” della luce è stato uno dei chiodi fissi dell’umanità praticamente da sempre. Nel primo secolo Lucrezio, poeta romano, riprendendo le idee dei filosofi atomisti, descriveva la luce come “composta da minuscoli atomi che, quando vengono scagliati, si precipitano attraverso lo spazio nella direzione impartita dall’impulso.” Secondo questa idea la luce era quindi formata da particelle discrete e separate fra loro, e i vari colori potevano essere spiegati dalla presenza di atomi luminosi di forma o natura diversa.

Ma il lavoro più importante sullo studio della luce e della visione viene, intorno all’anno Mille, dallo scienziato arabo Ibn al-Haytham (noto in occidente anche come Alhazen): i suoi studi di ottica e di fisiologia hanno posto le fondamenta per i pensatori successivi, come Cartesio intorno al 1600 che, distaccandosi dalle meditazioni filosofiche e concentrandosi sugli aspetti meccanici, ha dato impulso alla scienza dell’ottica fisica come oggi la conosciamo. Da qui, lo studio della natura della luce prende la forma di una delle diatribe più appassionanti nella storia della fisica, quella della ferita, apparentemente insanabile, tra due teorie della luce.

La cosiddetta “teoria corpuscolare” della luce ha avuto in Isaac Newton il proprio campione, avendo fornito nei suoi studi sia l’impalcatura matematica che alcune convincenti prove sperimentali: questa ha avuto quindi grande preminenza nel 18° secolo. L’ipotesi opposta, la cosiddetta “teoria ondulatoria”, vede invece la luce come un’onda continua che si propaga in un mezzo sottile e intangibile, il cosiddetto “etere”, così come elaborata da Huygens e Eulero. La teoria ondulatoria, inizialmente meno favorita, ha invece acquisito massima importanza quando Faraday prima e Maxwell poi hanno eliminato la necessità dell’etere, postulando che la luce non fosse altro che un’onda di energia che si propaga tramite oscillazioni del campo elettromagnetico. Questa ipotesi aveva anche il vantaggio di spiegare in maniera semplice i diversi “colori” come diverse lunghezze d’onda di questa oscillazione.

La teoria contemporanea della luce, sviluppata tra gli altri da Plank, de Broglie, e Einstein, invece di prendere posizione tra queste due possibilità (corpuscolare/discreta e ondulatoria/continua) le ammette entrambe. Nella teoria quantistica, infatti, le “particelle di luce” sono descritte come “pacchetti d’onda”, chiamati fotoni che, pur avendo caratteristiche ondulatorie, non possono però essere divisi (non esiste cioè “mezzo fotone”). La difficoltà concettuale di questa idea è che mentre le teorie precedenti cercavano come detto di rivelare la “vera natura” della luce e dei colori, la teoria quantistica immagina la luce come un fenomeno che non è né una particella né un’onda, ma che può essere descritta di volta in volta con strumenti matematici derivati da queste rappresentazioni: il problema non è quindi nella “vera natura” della luce, ma nella capacità limitata della nostra mente di comprendere completamente un fenomeno così lontano dalla nostra esperienza macroscopica

E quindi?

Ma allora, che cosa sono in definitiva i colori, e come fa la luce a crearli e mostrarceli in tutta la loro straordinaria varietà? La risposta, come abbiamo accennato, dipende da una complessa interazione di fattori, e paradossalmente dalla persona a cui vorrete rivolgere la domanda. Per un fisico, per un chimico, per un neuroscienziato, per un pittore, il “colore” significa tante cose diverse; la descrizione fisica che possiamo dare è solo una di queste, ben sapendo che altre definizioni sono possibili. Quello che possiamo dire, in tutti i casi, è che il colore è una proprietà emergente dell’interazione della luce con il materiale di cui è composto un oggetto e con le caratteristiche dell’osservatore. Non possiamo quindi che concordare con Paul Cezanne: la luce e il colore sono così intrinsecamente legati che non possiamo pensare ad uno senza l’altro, e viceversa. E noi abbiamo tutti un debito di riconoscenza: sia con gli scienziati, che l’hanno studiata, che con i pittori, che l’hanno celebrata.

Tra giochi di logica e applicazioni pratiche, non esistono soluzioni universali ma approcci culturali

«Il numero è il sovrano delle forme e delle idee, e l’origine degli dei e degli spiriti.»

Attribuito a Pitagora da Giamblico di Calcide in “Vita di Pitagora”

Premessa doverosa: non sono un pedagogista né uno psicologo dell’età evolutiva, e di conseguenza posso solo integrare le competenze di queste figure professionali. Io faccio un altro mestiere, quello del divulgatore scientifico, che è una specie di creatura mitologica a tante teste: esperto, comunicatore, mediatore, educatore, e spesso molte altre. Il mio è quindi un punto di vista, coltivato in più di dieci anni di attività, che prova a mettere insieme ricerca scientifica, questioni culturali, e esperienza educativa. Di conseguenza, la risposta che proverò a dare alla domanda “come avvicinare i bambini alla matematica” avrà in realtà poco a che fare con i bambini stessi, e moltissimo a che fare invece con le famiglie e la società.

Un aspetto che mi trovo spesso a considerare è che, in una percentuale importante delle famiglie, mentre l’apprendimento delle abilità linguistiche viene percepito come “naturale” e non manca lo sprone allo sviluppo dell’espressività attraverso pratiche ludiche e creative, è meno comune che ci sia la stessa attenzione alle capacità numeriche che non sia il semplice “far di conto”. In termini più squisitamente folkloristici: mentre l’acquisizione delle prime parole viene celebrato come un momento significativo, e i fogli pieni di linee disegnate vengono esposti a imperitura memoria sulla porta del frigorifero, difficilmente le prime operazioni aritmetiche godono della stessa risposta emotiva da parte delle famiglie.

In generale, questo si innesta in un discorso culturale più ampio, in cui la le materie umanistiche e le discipline artistiche vengono considerate fondamentali per la formazione dell’individuo e la creazione di rapporti sociali, mentre la scienza e in particolare la matematica vengono percepite come più ostiche, più impersonali, meno importanti per l’integrazione nel gruppo sociale, e anzi spesso riservate ad una ristretta cerchia di persone “portate”. La matematica vista come un’attività meccanica, da apprendere nell’ottica di ottenere buoni risultati scolastici ma poco rilevante per la vita di tutti i giorni e certamente ben lontana dal piacere e dal divertimento.

Questo, ovviamente, è un pregiudizio, tra l’altro storicamente diffuso nel nostre paese, conseguenza anche di filosofie educative che affondano le loro radici all’inizio del secolo scorso, con l’idealismo di Croce e Gentile. In realtà, la pratica scientifica, seppur canonizzata nel metodo, si basa sul processo di apprendimento naturale dell’essere umano, per prove ed errori, e miglioramenti continui. Allo stesso modo, ci sono forti indicazioni che le abilità matematiche di base siano innate, e che quindi siamo una parte imprescindibile della cognizione umana. Importantissimi in questo ambito sono stati gli studi pionieristici di Karen Wynn, scienziata canadese-americana impegnata nel campo delle scienze cognitive, che hanno dimostrato capacità matematiche di base nei bambini a partire da circa sei mesi di età, e che le hanno valso la pubblicazione sulla prestigiosa rivista Nature nel 1992.

Sfatato quindi il pregiudizio che le competenze matematiche siano in qualche modo accessorie allo sviluppo cognitivo nell’infanzia, e dimostrato che invece ne facciano parte in maniera imprescindibile fin dalla più tenera età, resta la domanda quali siamo in modi migliori per avvicinare i bambini alla matematica e sviluppare le loro capacità logiche, numeriche, spaziali.

Riguardo a questo, nella mia esperienza, la questione più importante è la realizzazione che non esistono soluzioni semplici e tantomeno univoche, ma che l’approccio debba essere primariamente culturale. Infatti, e dovrebbe essere ridondante dirlo, non tutti “i bambini” sono uguali. Anche tralasciando le questioni riguardanti le tempistiche dello sviluppo cognitivo, ci sono sensibilità e preferenze che hanno diritto ad essere rispettate. Alcune di queste differenze, tra l’altro, non sono nemmeno personali ma conseguenza di pressioni sociali che esercitano la loro influenza fin dall’infanzia attraverso la famiglia e la cultura condivisa. Appare quindi chiaro come non possano esistere “soluzioni universali”, ma debbano essere considerate differenti proposte, che possono essere efficaci in maniera diversa a seconda dei soggetti e delle situazioni.

Alcune di queste passano attraverso l’aspetto ludico: la “gamification” della pratica matematica, attraverso giochi, punteggi, livelli, competizioni può essere un modo per generare interesse e gratificazione. Molte proposte digitali ad esempio vanno in questa direzione, concentrandosi sul “coding” inteso come aspetto educativo della programmazione informatica.

Ma non è l’unica possibilità: per altri l’aspetto interessante della matematica può essere quello pratico di risoluzione dei problemi. La matematica come strumento per ottenere risultati pratici, attraverso l’uso di oggetti fisici, la costruzione di strutture, o l’uso di strumenti meccanici: questo approccio si inserisce bene nella filosofia educativa STEM (scienze, tecnologia, ingegneria, matematica) che integra la matematica con le sue applicazioni.

Un altro aspetto, che spesso viene trascurato, viene invece dall’apprezzamento della bellezza della matematica: uno strumento del pensiero lucido e lineare, che permette di esplorare con la mente concetti lontani dalla pratica quotidiana ma ricchi di fascino. Questo approccio viene un po’ messo da parte dai docenti perché può risultare più complesso, ma rappresenta una possibilità che dovrebbe essere proposta per fornire, se non altro, una prospettiva diversa sulla matematica.

Come dicevo, ci sono diversi approcci possibili. Ma c’è una questione alla base che, come affermavo all’inizio, ha poco a che fare con i bambini e molto con le famiglie e la società. Se il sentimento comune riguardo la matematica trasmesso dagli adulti è di una disciplina ostica e noiosa, non ci si può aspettare una risposta diversa da parte dei ragazzi e delle ragazze. Per ogni affermazione del tipo “io la matematica non l’ho mai capita” pronunciata quasi con orgoglio, o “per me la matematica è sempre stata noiosa” detta con una scrollata di spalle, stiamo influenzando le giovani generazioni a ripetere le stesse azioni e a mettere in atto gli stessi meccanismi di rifiuto.

Questa, nella mia esperienza, è la questione fondamentale che è necessario affrontare. Trasformare la domanda esterna “come avvicinare i bambini alla matematica” in un interrogativo interno: “come non allontanare i bambini dalla matematica”. Solo allora, quando gli adulti avranno focalizzato il proprio ruolo e la propria responsabilità, si potrà affrontare la questione dei metodi di apprendimento, e lavorare insieme per trovare gli approcci più efficaci.

EDUCAZIONE TRA SCIENZA E SOCIETÀ

STEAM (s.): VAPORE. Stato fisico della materia in fase aeriforme che si trova in equilibrio con la sua fase liquida. Nell’uso comune, è spesso riferito al vapore acqueo. Si utilizza anche in frasi idiomatiche originate durante la rivoluzione industriale, che richiamano l’utilizzo del vapore per la produzione e la locomozione: “a tutto vapore”, nel significato di “dare fondo a tutte le risorse”, “avanti a tutta velocità”.

No, non è di questo STEAM che stiamo parlando (anche se certamente la scelta non è stata casuale, ma per evocare immagini di progresso tecnico e prosperità), ma dell’acronimo STEAM, che si utilizza per indicare le discipline che ricadono sotto l’ombrello di “science, technology, engineering, mathematics” (STEM), con l’aggiunta della A di “arts” ad indicare che tutte queste discipline possano rapportarsi con le arti per essere ancora più efficaci e rilevanti nella società.

La definizione delle discipline STEAM ha implicazioni in vari settori, compreso quello educativo, e sono molti i paesi che hanno deciso di investire (o indicato la volontà di investire) per garantire sviluppo e prosperità su basi tecnologiche. L’idea è stata formalizzata negli Stati Uniti all’inizio degli anni 2000, quando la National Science Foundation ha individuato queste aree come critiche per la formazione degli studenti negli anni a venire. Nell’Unione Europea, le competenze STEAM sono un pilastro del programma Horizon Europe, l’iniziativa settennale per la ricerca e l’innovazione, e sono al centro dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Per calare queste affermazioni in ambito lavorativo, possiamo guardare alle statistiche di occupabilità e retribuzione, da questi si può ben argomentare che l’apprendimento delle discipline STEAM garantisca un futuro lavorativo più sicuro e più prospero.

Tutto questo è certamente vero.

Ma non è per questo che bisogna ritenere fondamentale l’apprendimento delle discipline STEAM. La sicurezza lavorativa e la prosperità economica sono certamente aspetti fondamentali della realizzazione individuale, ma sarebbe estreamente riduttivo pensare alle discipline scientifiche in termini puramente pratici ed economici.

L’aspetto più importante che le queste discipline possono trasmettere è infatti il valore del pensiero scientifico. Il fatto che la scienza, lungi dall’essere un corpus di informazioni dogmatiche da assorbire e recitare a comando, sia in realtà un approccio: un modo di guardare il mondo che richiede continua ricerca, spirito critico, capacità di analisi, intraprendenza, ma soprattutto (ed è importante ricordarlo sempre) l’umiltà di sottomettere le proprie idee al confronto con la realtà. Da questo seguono altri principi: la replicabilità degli esperimenti, la trasparenza dei metodi, l’accessibilità dei risultati, il confronto tra pari. Ma alla base c’è sempre quell’idea fondamentale, ossia che il metodo scientifico è la più alta forma di onestà: ammettere che il mondo è come è, e non come pensiamo che sia.

A questi pilasti dell’etica scientifica si unisce un altro aspetto necessario per parlare di scienza: lo sforzo costante di misurare. Fin dalla sua prima concezione come metodo empirico, la chiave del successo del pensiero scientifico è stata sempre la capacità di trasformare le esperienze in misure, e di utilizzare i metodi della matematica per ottenere risultati confrontabili. Nessuno l’ha mai detto meglio dello stesso Galileo: “La filosofia della natura è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto dinanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua, e conoscere i caratteri nei quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica.” (Il Saggiatore, 1623)

Su queste basi, è facile vedere come l’apprendimento delle discipline STEAM sia di importanza critica non solo per gli aspetti pratici, ma soprattutto per la crescita culturale e il progresso sociale. È importante inoltre ricordare che un aspetto fondamentale dell’approccio educativo alle discipline STEAM è rappresentato proprio dall’essere raccolte sotto un unico termine: l’integrazione. Superando l’approccio dell’insegnamento diviso per materie, l’apprendimento scientifico viene affrontato in maniera organica, mettendo insieme conoscenza (la parte science), tecnica (technology), applicazioni (engineering), metodi numerici e pensiero logico (mathematics) e anche creatività e comunicazione (arts). Le lezioni si svincolano dalla presentazione frontale e diventano progetti interdisciplinari, in maniera non diversa quanto poi avviene effettivamente nella vita quotidiana, dove le competenze non sono separate ma interdipendenti.

Proprio la possibilità di apprendere attraverso la realizzazione di progetti (project-based learning) e di acquisire competenze attraverso la ricerca e la soluzione di problemi (inquiry-based learning) si presta in maniera preziosa allo sviluppo delle caratteristiche fondamentali per la realizzazione come individui e come cittadini consapevoli, favorendo lo sviluppo del pensiero critico e la formazione di una atteggiamento all’appredimento che possa accompagnare durante tutta la vita (lifelong learning). L’approccio fortemene applicativo, che non separa teoria e pratica ma che si concentra sulle competenze, è ben adattato alle modalità di apprendimento naturali, per prove ed errori, che caratterizzato lo sviluppo cerebrare anche dei più piccoli.

Da ultimo, proprio dal confronto tra l’interdipendenza delle discipline e la realizzazione delle diversità indivuali, nasce la consapevolezza dell’importanza della collaborazione e della cooperazione, in quanto ciascuno dei partecipanti può portare il proprio contributo alla realizzazione dei progetti, in maniera diversa in base alle proprie abilità, esperienze, e inclinazioni. Per questo, risulta di particolare importanza la presenza all’interno dell’ombrello delle discipline STEAM delle arti e in generale degli studi umanistici: non solo come è gia stato detto per rendere più efficace ed innovativa l’applicazione delle competenze, ma anche come strumento di inclusività. A dimostrazione del fatto che il pensiero scientifico non sia ristretto solo a chi si muove con facilità all’interno degli ambiti formali delle scienze, ma che costituisca un vero e proprio patrimonio comune, fondamento di una società aperta, prospera, giusta, e proiettata verso il futuro. Che costituisce, alla fine, il diritto di ogni individuo, e in special modo per i cittadini di domani.